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Debian 9 Stretch


Leggendo la news di Marco Giannini sull’arrivo della nuova versione stable di Debian, mi sono accorto che il mio portatile stava passando da testing a stable. Quale occasione più ghiotta per parlare di quella che probabilmente è la più vecchia distribuzione di Linux ancora in vita?

Debian è, forse, la distribuzione più “forkata” in assoluto, 131 fork secondo distrowatch, quasi la metà delle distribuzioni che ci sono in giro. È “mamma” di tante distribuzioni di successo tra le quali Ubuntu e  Knoppix, “nonna” ovviamente, di tutte le “figlie” di Ubuntu come Mint ed Elementary OS, ad esempio.

Debian nasce il 16 agosto 1993, il nome è una composizione dei nomi Debora e Ian. Debora era in quel periodo fidanzata, moglie e poi ex-moglie del compianto Ian Murdock fondatore della nostra amata distribuzione. Ha influenzato profondamente il pensiero del mondo del software libero, Ian scrisse il “Debian Manifesto”, ma in questo percorso, incontriamo anche persone del calibro di Bruce Perence, che insieme a Ean Schuessler (che pare abbia proposto l’idea) scrisse il “Debian Social Contract”, complemento del Manifesto. Questo contratto Contiene le “Debian free software guidelines” che, sorpresa… sorpresa… forniranno la base per la creazione della “Open Source Definition”.
Non voglio appesantire l’articolo con i contenuti di questi documenti che potete facilmente trovare su internet, ma possiamo dire che Debian è stata ed è protagonista nel dibattito pubblico, filosofico e tecnico sul software libero.

La precisione con la quale Debian fornisce documenti sulla filosofia e le modalità di costruzione del sistema operativo fanno invidia ad Amazon, accanto ai documenti già citati, abbiamo anche la “Debian Constitution” e il “Debian Code of Conduct”. Nel ‘97 Bruce Perens fondò l’associazione “Software in The Public Interest” per ricevere donazioni e finanziare il progetto. Oggi quest’associazione oltre a finanziare Debian sostiene tra gli altri, Arch Linux, Drupal, ffmpeg, Fluxbox, freedesktop.org, GNUStep, Jenkins, Libreoffice, OpenWRT, PostgreSQL.

Ma veniamo al lato tecnico, Debian è una distribuzione a scopi generali, ha un solo kernel di default, che viene utilizzato su Desktop e Server, successivamente è possibile installare altri kernel che sono disponibili nel repository, o anche, ricompilarlo, se lo si ritiene opportuno. Una nota di colore: è possibile usare anche kernel FreeBSD ed esiste anche una versione sperimentale di Hurd.
Per quanto riguarda la manutenzione, le gui sono ridotte all’osso ed il grosso si fa da linea di comando, è chiaramente una distribuzione fatta per chi ha un minimo di esperienza o vuole imparare come si gestisce un sistema *nix.
Debian non offre assistenza commerciale, mette a disposizione la documentazione sul proprio sito, esiste anche un ottimo libro open che si chiama “Debian Administrator Handbook”. Ci sono anche un wiki, una mailing list, e un sito di tipo ask.

Debian ha una gestione delle versioni che ci permette di avere, a seconda delle nostre scelte, un S.O. estremamente stabile, moderatamente stabile, piacevolmente instabile.

La versione ufficiale è quella che viene definita “stable”. È più stabile, ma i pacchetti possono essere datati, riceve solo aggiornamenti di sicurezza. Normalmente viene rilasciata ogni due anni, ma la regola è che viene rilasciata solo se è pronta. È la versione consigliata per server e workstation. La “OldStable” viene supportata ancora per un anno dopo il rilascio della nuova stable e dopo viene archiviata.

Testing: è la futura stable, riceve aggiornamenti, quasi come una rolling-release, quando sta per uscire la versione stable va in “freeze” e si trasforma in stable.

Unstable: è la versione di sviluppo, i pacchetti sono aggiornati alla loro ultima versione e possono essere stabili o instabili, a seconda di come la loro casa madre prenda sul serio il rilascio del proprio software. Esistono distribuzioni rolling basate su questo ramo, come ad esempio Sidux.

Dal 2014, sull’onda delle scelte di Ubuntu, è nato il team Debian LTS che prende in mano il supporto della distribuzione dopo 3 anni e lo estende a 5 anni. Attualmente questo team ha il supporto di Wheezy che è esteso fino al 2018, fra un anno prenderà in mano Jessie che verrà supportata fino al 2020.

Per chi se lo fosse chiesto, i nomi delle versioni di Debian vengono dai personaggi del cartone animato Toy Story, che è il primo cartone animato sviluppato completamente in computer grafica. Toy Story, uscì nel ‘95. L’unico nome di versione che non cambia mai, è quello della versione unstable, Sid: il bimbo che nel cartone cerca di distruggere continuamente i giocattoli.

Il supporto hardware di Debian non è buono quanto quello di Ubuntu, perché per ragioni etiche mancano tutti di driver proprietari. Abilitando i repository contrib e non-free è possibile accedere a parte di questi, nel kernel ci sono comunque alcuni blob proprietari, che se tolti probabilmente bloccherebbero il funzionamento del S.O. in tutte le macchine moderne. Questo è un problema che prima o poi il mondo del software libero dovrà porsi.

Il Desktop di default di Debian è GNOME, ma è possibile installare praticamente tutti i desktop e window manager esistenti. Debian lascia l’estetica e la grafica così come è stata pensata dal produttore. Nel caso si desideri qualcosa di più carino si devono modificare manualmente le impostazioni e installare le icone e i font necessari. Naturalmente è possibile installare Debian anche senza nessuna grafica ottenendo un terminale a linea di comando.

Il sistema di gestione dei pacchetti di Debian è dpkg. Insieme a rpm dpkg è uno standard de-facto, l’estensione di questi pacchetti è .deb, esistono vari software che permettono di installarlo, i più famosi sono apt-get, apt, aptitude. Debian, con circa 50.000 pacchetti, ha il repository più vasto del pianeta. Supporta anche tantissime architetture, molte di queste non più commercialmente valide. La natura della sua comunità non legata a doppio filo con il mondo dell’economia le permette di supportare, dove qualcuno ne ravvisi la necessità, anche contesti che ormai sono rari, le architetture supportate sono Arm, Intel i386 e amd64, mips, PowerPC, s390x.

Debian è una delle distribuzioni più “etiche” tra quelle che ci sono in giro, ricordo che all’inizio veniva, da molti, definita estrema. In realtà il suo approccio di fronte al software proprietario è molto pragmatico. Per esempio, fornisce un repository apposito per il software non-free, sarebbe come se Apple o Microsoft fornissero la possibilità di installare software libero automaticamente, direttamente dal programma di installazione. Distribuzioni come, ad esempio, Fedora, non lo fanno. Questa scelta potrebbe essere letta come ipocrita, ma dal punto di vista tecnico, in particolare della sicurezza è importante, perché l’utente che installa software dal repository non-free non si deve porre domande sulla sicurezza del software che sta installando, mentre l’utente Fedora, se incauto, potrebbe compromettere la sicurezza del proprio sistema affidandosi a repository amatoriali.

 

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Linux Distros


Ho riflettuto un po’ sulla tematica da affrontare in questo mio primo articolo. La prima domanda che mi sono posto è se fosse meglio scrivere di qualche argomento specifico oppure in generale del mondo del software libero.
Al giorno d’oggi è talmente facile trovare how-to o articoli tecnici di alta qualità, che se cercate come installare qualcosa o conoscere se il tal hardware è supportato non dovreste avere il minimo problema. Ciò che invece mi sembra più difficile è comprendere la comunità culturale sottostante il mondo tecnico; ho quindi deciso di parlare di questa tematica.

La Linux Foundation, il progetto GNU, la Mozilla Software Foundation e tutti gli altri, sono produttori di software, ma sono prima di tutto espressione di una comunità culturale, che esprime un certo modo di concepire il software e quindi di produrlo. Infatti, il più grande contributo al mondo del software, da parte della comunità del software libero è probabilmente il capovolgimento del concetto di copyright in copyleft e tutte le conseguenti licenze che ne derivano, a partire dalla GPL.

La mia prima installazione di Linux risale al 1995, me lo ricordo chiaramente, perché aspettavo l’uscita di Windows che però veniva rimandata di mese in mese. Da allora la mia passione è cresciuta e il mio interesse verso Windows è diventato sempre più basso, fino ad essere quasi nullo. Nel frattempo ho studiato molte distribuzioni di Linux, per cui, ragionare in questi termini, per me, è diventato naturale. Al punto che trovo strano il fastidio che provano i neofiti nel vedere così tante distribuzioni in giro.

Troppa libertà di scelta e assenza di informazioni, una certa soggezione nei confronti di ciò che non si conosce e che si deve imparare o re-imparare, generano una certa distanza, una determinata voglia di tornare nella sicura cella di un sistema Windows o Apple, che saranno anche proprietari, ma almeno sono sempre uguali a sé stessi.

Veniamo al dunque: perché ci sono tante distribuzioni?

La risposta è semplice ed allo stesso tempo complessa:

Una nuova distribuzione nasce quando qualcuno ha bisogno di modifiche in quella che sta usando e che col tempo, diventano talmente tante, da giustificarne la creazione di una nuova.

Il Distrowatch page hit ranking indica 291 distribuzioni Unix, che per la maggior parte sono GNU/Linux. Non le ho contate, ma è molto probabile, quando si clicca su una distribuzione, leggere che questa è basata su un’altra precedente.

Ciò non è un caso, infatti, il modo più semplice, e probabilmente anche il più sensato, di creare una nuova distribuzione è effettuare un fork della distribuzione più vicina ai nostri obiettivi. Per questo motivo, sono nate delle “famiglie” che hanno dei capostipiti e delle distribuzioni “figlie” che vengono definite “derivate”.

I capostipiti sono le distribuzioni che sono sopravvissute agli anni ‘90 e che hanno definito lo standard de-facto. Senza presunzione di completezza, credo che si possano indicare come capostipiti: Redhat, Slackware, Debian, Suse. Quest’ultima è una derivata di Slackware, ma dall’inizio ha assunto differenze così sostanziali da meritare uno spazio tutto suo. Successivamente c’è stata una seconda ondata, quella che ha visto nascere ArchLinux, Gentoo, Nix.

Quindi, se vogliamo andare alla sostanza, esistono meno di dieci sistemi operativi che possono essere considerati veramente diversi tra loro. Le derivate tendono a mettere l’accento su qualche caratteristica specifica della distribuzione, ma chi conosce i genitori riuscirà quasi immediatamente a relazionarsi con i figli.

Ovviamente, per fare questo ragionamento ho dovuto escludere tutte le distribuzioni orientate a compiti specifici, come ad esempio quelle per i sistemi mobile o per i router.

Veniamo però alle differenze, perché dovrei scegliere una distribuzione al posto di un’altra?

La risposta veloce è: scegli quella del tuo vicino di casa, che magari potrebbe consigliarti nel caso di problemi.

La risposta lenta è: dipende. Cioè dipende dall'utilizzo che ne vuoi fare. La presenza stessa di tante distribuzioni attive indica tante esigenze diverse.

Se abbiamo scartato l’idea di far decidere al nostro vicino di casa, dobbiamo chiederci quali criteri vogliamo usare per scegliere la nostra distribuzione. Abbiamo già escluso le distribuzioni con compiti specifici, un elenco di criteri per distribuzioni general purpose potrebbe essere:
  •     Server/Desktop
  •     Comunità (documentazione)
  •     Supporto hardware e questioni etiche
  •     Eleganza/Ambiente Desktop
  •     Stabilità
  •     Semplicità d’uso

Server vs Desktop
Immagino che qui la scelta sia semplice: se la state pensando per il vostro notebook, non scegliete Server! L’unica distribuzione che può stare comodamente in entrambi è probabilmente Debian, le altre hanno tutte una versione Server e una versione Desktop. Le regine incontrastate dei Server sono Red Hat e CentOS, probabilmente al secondo posto ci sono Debian e Ubuntu Server. Numericamente parlando, Debian dovrebbe essere la più presente, ma in ambito Enterprise, incontrerete al 90% CentOS e RedHat. Quindi… Long life and prosper… scusate la battuta geek, ma non ho resistito.

Comunità
Ci sono distribuzioni dove la comunità è molto presente e la documentazione per imparare è veramente ben fatta, alcune di queste sono sostenute da aziende di tipo commerciale, altre sono completamente libere e la distribuzione non è influenzata da decisioni commerciali. Ubuntu è sostenuta essenzialmente da Canonical, ma ha anche una nutrita comunità libera intorno, lo stesso si può dire del rapporto tra Fedora e Redhat, mentre altre come Debian, Gentoo, ArchLinux sono guidate dalle loro rispettive comunità, CentOS fa eccezione perché anche se non ha rapporti con RedHat, delega completamente a lei la scelta del software della distribuzione.

Per capire la differenza, si pensi ad esempio a come Ubuntu ha abbandonato Unity, con un comunicato stampa, e invece Debian, che per passare da sysv a systemd ha avuto un dibattito interno lacerante.

Supporto hardware e questioni etiche
Il supporto hardware, anche se non sembra, è strettamente correlato con le licenze d’uso, perché al giorno d’oggi molte aziende continuano a non rilasciare le proprie sorgenti, in particolare questo problema è legato alle schede video e alle antenne wi-fi e per far funzionare questi hardware si deve accettare di far funzionare codice proprietario nel proprio computer, se ad oggi si tentasse di avere un sistema operativo 100% libero, probabilmente si sarebbe costretti a comperare hardware apposito e a verificare la compatibilità di ogni singola parte interna. In genere più l’approccio della distribuzione verso le questioni etiche è morbido, più si ha un supporto hardware vasto. Lo stesso sta accadendo per i DRM.

Eleganza/Ambiente Desktop
Oggi le maggiori distribuzioni permettono l’installazione di Desktop diversi da quelli di default, ma cambia il livello con il quale l’estetica è curata, se si pensa al crollo di Ubuntu in favore di Mint, con il semplice passaggio da GNOME a Unity, si capisce come il Desktop sia importante.

Stabilità
Nella mia esperienza le distribuzioni maggiormente stabili sono quelle che hanno il ciclo di release classico, cioè con una numerazione che definisce e blocca il numero di versione dei vari software e offre solo gli aggiornamenti di sicurezza. Questo metodo ovviamente rende le distribuzioni meno accattivanti e meno soggette alle novità, probabilmente chi ha un desktop preferisce vedere le novità appena arrivano, per questo motivo sono nate anche le rolling-release, che cercano di essere allineate con l’ultima versione distribuita del software installato, questo a discapito di una minore stabilità del sistema.

Semplicità d’uso
Molti pensano che le distribuzioni semplici da usare siano per i neofiti. Questo modo di ragionare è sbagliato, una delle regole degli Hacker (hacker nell’accezione classica) è di non dover reinventare continuamente la ruota, cioè di non dover riaffrontare continuamente lo stesso problema a meno che non si stia imparando. Ne consegue che molta utenza esperta preferisce concentrarsi sul suo lavoro, piuttosto che sulla customizzazione del sistema e che potrebbe preferire un sistema che vuole poca manutenzione in modo da massimizzare le ore di lavoro. Questo è probabilmente uno dei motivi che giustifica il successo di Ubuntu rispetto ad altre distribuzioni.
Ma anche per i neofiti, partire con una distribuzione che ti costringe a capire già durante la prima installazione come partizionare un hard disk, non è propriamente quello che si definirebbe un inizio con una bassa curva di apprendimento.

Quindi per concludere, direi che qualunque sia la distribuzione che si vuole scegliere, si devono tenere presenti le proprie esigenze, ma se si vuole diventare esperti in materia si devono anche conoscere tutte le distribuzioni “capostipite” o perlomeno le famiglie Redhat e Debian, che sono quelle più comuni.

 

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Distribuzioni Linux: Sarà possibile averne una soltanto?


...insomma, siamo utenti Linux, lo siamo più o meno tutti con una storia che riguarda probabilmente il passaggio per diverse distribuzioni.
Nel corso degli anni si sono susseguiti tanti progetti che con un certo successo hanno portato Linux alla ribalta di cui Ubuntu è solo la più recente.

Da tanto tempo, probabilmente dal giorno successivo alla nascita di Linux , si è parlato di frammentazione e si è cercato di aggirare il problema proponendo di volta in volta una distribuzione piuttosto che un’altra per svariati motivi ma senza che una sola riuscisse mai a diventare di adozione comune, che rappresentasse le idee di tutti.

Ora mi chiedo: Con l’arrivo di progetti come Snap e Flatpack riusciremo ad aggirare il problema della frammentazione delle distribuzioni e adottarne una soltanto?

So benissimo che il discorso è particolarmente complesso, entrano in gioco tutta una serie di aspetti come filosofia, package-manager, versioni dei DE etc etc.

Ma mi chiedo: Avete qualcosa da proporre? Magari una distribuzione compatibile con i deb che possa essere sia a rilasci stable che rolling a seconda dell’uso di un repository specifico? Oppure preferite avere più progetti perché pensate che non si potrà mai giungere ad una visione unica, quindi meglio avere più idee e progetti possibili così da spingersi a migliorare?

Aspetto le vostre opinioni nei commenti!

 

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Perché è così importante superare l'1%?


La community che in diverse maniere e forme sta dietro a GNU/Linux vive da anni con un dato da alcuni anche più volte messo in discussione a dire la verità:
L’1% di adozione di GNU/Linux su Desktop.

Succede spessissimo infatti che nelle discussioni che sfiorano l’argomento adozione, che parlano di futuro e di “anno di Linux”, più di una persona tiri fuori quel dato, rimarcando il fatto che questa percentuale è la stessa da anni e che non succederà mai di superarla.

Ma….perché è così importante?

Perché è così importante superare quella percentuale? Per il supporto dei produttori? Perché sarebbe la vittoria di una filosofia, quella open? Perché da quando avete visto Madagascar vi piacciono i pinguini carini e coccolosi, carini e coccolosi (cit.)?

Perché stiamo bene così?

Ma non tutti sono/sarebbero contenti di superare questa percentuale di adozione. Ci sono tantissimi che considerano GNU/Linux qualcosa per una nicchiaper chi non ha intenzione di giocare, ma di ottenere il massimo dalla propria macchina e del proprio software, meglio se lato Server.

Perché una maggior diffusione indica anche un maggior interesse per i malintenzionati? Perché non abbiamo bisogno di un’adozione di massa per essere sicuri della bontà della nostra scelta personale?

La vostra opinione.

E voi, in che barca state e quali sono le motivazioni alla base del vostro pensiero? Perché ritenete che chi la pensa in maniera opposta a voi stia sbagliando?

 

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Il futuro di Linux è sui Desktop Windows?


Questa primavera è piena di sorprese. Facciamo un passo indietro: L’anno scorso venne annunciata l’integrazione di bash di Ubuntu all’interno di Windows 10, quest’anno invece dopo l’annuncio di Canonical relativo a Unity, ecco che Microsoft annuncia una novità e quest’anno non abbiamo il dubbio del pesce d’aprile.

Entro qualche mese avremo infatti la possibilità di installare Ubuntu, Fedora e SUSE dal Windows Store. Tutte le info del caso le trovate nel post della scorsa settimana..

Perchè?

Perchè non permettere direttamente una installazione in dual boot senza reinstallare Grub?
Esattamente come per l’anno scorso, viene da chiedersi come questa mossa possa cambiare lo scenario, come possa (e se possa) conquistare l’utenza professionale che si trova bene su Linux ( programmatori, amministratori di sistema etc) e se ciò possa in un qualche modo mettere a rischio l’esistenza stessa di Linux su Desktop viste le ultime novità (magari a fronte di una maggiore impegno nell'IoT o lato server).

Diteci la vostra

Cosa ne pensate? Siete preoccupati o pensate che ciò possa solo essere un bene avvicinando tante persone al mondo Linux?

 

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Linux è per vecchi?


Quando sei ragazzino superi le nottate come un cerbiatto! Sei giovane, fissi l’orizzonte dallo spigolo del balcone e fiero prendi a morsi la vita!
Quando sei meno ragazzino superi le nottate come un koala, attaccato al cuscino come lui alla pianta.

Quando hai 16 anni hai tanta voglia di sperimentare, probabilmente anche la voglia di provare le cose che sai già non andranno solo per il gusto di farle andare.
Negli ultimi mesi, opinione personale, ho visto un certo calo di movimento attorno al mondo Linux, un torpore dal quale ci si è risvegliati solo grazie alla notizia dell’abbandono di Canonical di Unity e confermato anche da voi lettori di Marco’s Box grazie ai tanti commenti che avete lasciato nei vari articoli.

Così, ho pensato: Linux è per vecchi? O avvicinandosi alla 30ina si tende a perdere la voglia di sperimentare col sistema operativo per concentrarsi sul proprio lavoro e sulle novità ad esso collegate?

Quando inizi a valutare il tempo che richiederà l’ottimizzazione del sistema operativo, la compatibilità del tuo hardware, a risolvere qualche incompatibilità che si crea con aggiornamenti, quando non testi più qualche soluzione esotica e magari preferisci qualcosa di già pronto out of the box che lasci la possibilità di dedicarti unicamente al lavoro, all’usare il sistema operativo più che a smontarlo e rimontarlo, ecco, in quel momento sei probabilmente arrivato alla “maturità” informatica.
Linux è ancora una scelta valida o altri sistemi operativi offrono più certezze in questo senso, che possono convincere un utente meno giovane e propenso a sperimentare?

La vostra opinione.

Pensate che Linux significhi principalmente “smanettare”, avere una mente giovane e sempre aperta a testare la novità? Oppure grazie a tanti progetti a lungo supporto resta una scelta solida e valida?

 

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Perchè Android si e Linux no?


Ho provato diverse volte nel corso della mia esperienza nel settore IT a far adottare Linux, specialmente fra gli amici che abbiano manifestato problemi con Windows o semplicemente la curiosità di provare qualcosa di diverso.

La User Interface è sicuramente fondamentale nella scelta di un programma a maggior ragione se quel programma è un intero sistema operativo, ma ho notato poca coerenza nel ragionamento quando al posto di Linux prendiamo in esame Android.

Per quanto mi sforzassi di spiegare i vantaggi (nel caso specifico) della scelta di Linux, alcuni considerano un punto negativo la grafica e l’esperienza proposta dal DE, sia esso Unity, Gnome o KDE.

Qualche anno fa

Qualche anno fa, complici anche i problemi con i driver, non c’era la cura per l'aspetto estetico che c’è ora. Gnome 2 è sicuramente un progetto caro a tanto utenti ma a livello estetico di sicuro non rappresenta più un’ interfaccia modernissima, cosa che con l’avvento di Gnome 3 possiamo invece affermare.

Pigrizia...tanta pigrizia

Vuoi che per lavoro la pigrizia è un male da estirpare ai primi gemiti, reputo questo atteggiamento frutto della chiusura mentale delle persone davanti al diverso.
Per quale motivo infatti una persona, qualsiasi sia il suo background informatico, adotta Android senza batter ciglio magari cambiando produttore, ma se parla di cambiare sistema operativo storce il naso?
Badate bene che non sto facendo un paragone fra Linux (desktop) e Android, ma sto criticando l’atteggiamento di chi non utilizza Linux (ma possiamo fare lo stesso ragionamento rivolgendoci a macOs) per un’esperienza proposta che non soddisfa appieno le richieste quando cambiando smartphone spesso e volentieri si fa un cambiamento anche più importante nell’utilizzo con interfacce che spesso e volentieri cambiano e non di poco, senza dimenticare un Play Store che è ricco di launcher alternativi con tanto successo.

Gimp non è Photoshop

Critico questo atteggiamento essenzialmente per un motivo:

Non puoi usare un programma pretendendo che faccia le stesse identiche cose di un altro, con la stessa procedura, con la stessa grafica.

Insomma: Linux non è Windows, Gimp non è Photoshop.

Le vostre esperienze

E voi, avete proposto Linux a qualche vostro conoscente scontrandovi col problema della “grafica” o con simili considerazioni?

 

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Ubuntu, Gnome e il futuro...


La notizia ha sicuramente mosso le acque del mondo GNU/Linux e Open in generale. Canonical annuncia la fine dei lavori su Unity e il ritorno all’adozione di GNOME come DE preDEfinito (scusate….non ho resistito) a partire dalla prossima LTS di Aprile 2018. Ho preferito aspettare qualche giorno prima di farmi un’idea e vedere come avrebbe reagito la comunità dietro Ubuntu (rimanendo piacevolmente sorpreso dalla mole di reazioni su Google Plus).

Il ritorno a GNOME pone l’utenza affezionata alla distribuzione davanti al bivio: Restare o cambiare?

Restare…

Il futuro della distribuzione è questa: Tornare a Gnome come DE predefinito dalla 18.04 con probabilmente la fine della derivata ufficiale "Ubuntu Gnome". Adottandolo come predefinito rappresenterà la distribuzione, quindi cura massima, magari qualche feature caratteristica della distribuzione (anche se Software Center è già quello di Gnome 3) anche se non esiste più un software per il cloud proprio della distribuzione (Ubuntu One).

Cambiare…

Le alternative non mancano e mentre già esiste il fork per mantenere e sviluppare Unity 8, tantissimi pensano di passare ad altro: Negli ultimi tempi si sono fatti largo nuovi DE come ad esempio Budgie, che tanto bene fa parlare di se, Cinnamon che è stabile su Mint da diversi anni, ma anche lo storico KDE riscuote consensi.
Ma conviene installare un nuovo DE su Ubuntu o cambiare distribuzione?
GNOME ad esempio è adottato storicamente da Fedora, KDE Neon e OpenSuse rappresentano invece le distribuzioni di riferimento per gli amanti delle librerie grafiche Qt, Cinnamon come già detto in precedenza è il DE di Mint. La domanda quindi è lecita: “Perché restare su Ubuntu?”

A voi la parola!

Voi cosa avete intenzione di fare, resterete su Ubuntu aspettando di vedere come si evolverà la situazione o cambierete distribuzione? State meditando l’abbandono in favore di Windows?

 

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Con la morte di Unity muore anche il sogno di Linux sul desktop?


Con la morte di Unity muore anche il sogno di Linux sul desktop? Ora vi spiegherò perché, a mio avviso, tale affermazione è potenzialmente vera.

Gli esordi
Unity nasce in casa Canonical inizialmente come interfaccia grafica destinata all'utilizzo sui notebook dove l'ottimizzazione degli spazi era una cosa fondamentale. Col tempo è stata estesa alla versione desktop diventando un tratto distintivo di Ubuntu, rendendo la distro subito riconoscibile, sia all'interno della comunità Linux, sia all'esterno.
Quante volte vi sarà capitato di riconoscere Unity/Ubuntu in programmi TV, film, telefilm ma anche sui computer di enti ricerca, università, scuole di ogni ordine e grado e talvolta anche sui PC di pubbliche amministrazioni e di attività commerciali.

Per noi fan del software libero e open source è sempre stata una gioia scorgere il look familiare di Unity nella vita di tutti i giorni e questo ci riempiva di speranza, che un altro modo di vedere l'informatica era possibile.

Le critiche
Unity/Ubuntu sono stati però fin da subito amati e odiati all'interno della comunità.

Vari sono i motivi dell'odio verso Unity/Ubuntu. Alcune volte Unity/Ubuntu è stata messa sotto accusa per il fatto di non contribuire in maniera decisiva alla comunità, non sviluppando software ma limitandosi semplicemente a pescare software qua e la o patchando quello che c'era per renderlo compatibile con Unity. Altre volte per via di vicende legate al tentativo di monetizzare il desktop con l'inclusione della ricerca su Amazon direttamente dalla dash di Ubuntu, un "patto col diavolo" che ha fatto storcere il naso anche a icone come Richard Stallman.

Le distanze con la comunità si sono poi ulteriormente allungate con la decisione di Canonical di buttarsi nel segmento del mobile con lo sviluppo di Unity 8 e di Mir. In particolare il server grafico Mir, legato a doppio taglio con Unity 8 e la convergenza lato mobile, è stato visto come un inutile spreco di tempo e risorse dall'altra parte della comunità Linux che si stava invece dedicando allo sviluppo di Wayland.
Da un lato bisogna anche capire Canonical, che aveva la necessità di poter controllare il codice per poterlo integrare al meglio in un prodotto commerciale come doveva essere Ubuntu per Smartphone e non poteva aspettare i tempi della comunità.
A questo si è aggiunto lo sviluppo di Snap che è entrato subito in contrapposizione con flatpak, supportato invece da GNOME Foundation e da Red Hat.

A chi ha fatto male?
Tutto questo però si è rilevato controproducente lato "simpatia" da parte della comunità, con continui scontri fra fanboy dei due schieramenti e dispersione di forze. Perché si, alla fine il dover reinventare la ruota due volte non ha fatto altro che nuocere a tutti, sviluppatori, utenti e all'ecosistema generale di Linux.
Alla luce degli attuali avvenimenti chi ci ha rimesso di più da questa battaglia è stato Ubuntu con un Unity 8 perennemente in sviluppo e il cui rilascio è stato continuamente rimandato di release in release.
Canonical non c'è l'ha fatta con le sue sole forze a sviluppare tutto in casa e ora ha dovuto gettare la spugna.
Questo ha fatto si di sprecare anni di sviluppo e di conseguenza il tutto si è ritorto contro di noi utilizzatori finali.

Il presente e il futuro
La mazzata finale è però stata data da Canonical che ha deciso di smettere di sviluppare Unity 8, la convergenza e di mettere a riposo Unity 7, annunciando al contempo la volontà di adottare GNOME Shell come DE predefinito di Ubuntu 18.04 LTS, la prossima release con supporto esteso di Canonical, rendendo di fatto Ubuntu una distribuzione come tante, senza unicità.
A mio avviso questo renderà meno appetibile Ubuntu fra gli utenti domestici, dovendo questi ultimi ritrovarsi ad usare una distro basata su un DE poco appetibile, nella sua versione pura, all'uso sui sistemi desktop.
Diciamoci la verità, Unity, per quanto odiato, è una interfaccia grafica facile da utilizzare anche dall'utente alle prime armi che approda su Linux dopo anni di militanza su Windows e consentiva fin da subito di avere un ottimo flusso di lavoro.
GNOME Shell risulta tutt'ora una interfaccia osteggiata da molti, che pur di non usarla si rivolgono a soluzioni alternative come MATE, KDE o Xfce.
Verranno anche a mancare, salvo ripristino tramite future estensioni, alcune funzionalità comode e innovative di Unity come l'HUD o la ricerca tramite lens che consentiva di interagire non solo con il nostro desktop ma anche con siti di terze parti senza dover aprire il browser.

La morte del desktop Linux?
Con la morte di Unity muore secondo me anche Ubuntu come distro desktop, perché diventerà una delle tante distribuzioni senza personalità all'interno del panorama delle distribuzioni Linux.
Perderà quell'unicità guadagnata dopo tanti anni di sviluppo, perderà quell'hype che accompagnava ogni rilascio di Ubuntu e che, nel bene o nel male, faceva parlare della distro e gli faceva guadagnare visibilità.
Perderà anche tutti quegli utenti che nel corso degli anni hanno continuato ad usare Ubuntu proprio in virtù di Ubuntu/Unity, della sua semplicità, delle sue funzionalità. Utenti storici che non sono mai riusciti ad apprezzare GNOME Shell e che, se proprio costretti ad usare altri ambienti desktop, hanno preferito in passato migrare a MATE o Cinnamon.
Il calo degli utenti storici di Ubuntu farà perdere anche appetibilità alla distro e i nuovi utenti difficilmente si troveranno a scegliere Ubuntu/GNOME Shell come distro per iniziare.

Dove hanno sbagliato?
Concludo dicendo la mia sullo sviluppo di Unity 8, su dove Canonical ha sbagliato. A mio modesto avviso Canonical ha sbagliato a tentare di monetizzare entrando nel mondo mobile, un mondo dominato dal duopolio di Google e Apple, un mondo dove nemmeno potenze del calibro di Microsoft e Samsung con il suo Tizen sono riusciti ad entrare.
Canonical avrebbe dovuto continuare ad investire solo sul settore desktop e investire su un desktop completo basato su di un Unity 8 e le Qt sviluppando in casa le applicazioni base come file manager, visualizzatore di immagini, player audio video etc, la stessa cosa che comunità più piccole e con molti meno fondi sono riuscite a fare in poco tempo (vedasi eOS e Linux Mint ad esempio).
Così facendo avrebbe evitato anche di inimicarsi la comunità che da sempre l'ha accusata di non contribuire e di sfruttare il lavoro degli altri.

 

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Open source, una questione culturale.


Nello scorso articolo ho parlato di maturità di Ubuntu per un utilizzo professionale, mentre nell’articolo della settimana scorsa ho parlato di quella che chiamo “corsa agli aggiornamenti”.

Facendo un piccolo riassunto della situazione, tante persone lo ritengono maturo per un uso professionale, altre lo ritengono superiore in tutto a meno del noto gap lato gaming ( a proposito, ma dopo Steam OS etc, a che punto siamo? ), altre invece ritengono migliore qualche altra soluzione. Lato aggiornamenti poi non spaventa la frammentazione a fronte di una maggiore sicurezza e di nuove feature nei programmi.
In tutto questo però viene da chiedermi se chi adotta Linux e l’open source lo faccia perché ne condivida lo spirito e l’etica o se lo faccia solo perché ad esempio per quanto riguarda Ubuntu, è gratuito.

Open source non è sinonimo di gratuito!

Che ad oggi ancora si pensi che un programma open sia (per forza) gratuito però è abbastanza sintomatico di una carenza culturale informatica. La libertà di poter accedere e modificare i sorgenti di un programma e riutilizzarli anche in ambito commerciale è importante tanto quanto il vedere il proprio lavoro apprezzato e regolarmente pagato.
Chi lavorando tante ore su un qualcosa proverebbe piacere se gli fosse preteso di regalare il risultato senza batter ciglio?

Mancanza di cultura?

La libertà di poter accedere al codice sorgente, di poter vedere come è stato sviluppato e che cosa fa è importante sia dal punto di vista professionale per effettuare modifiche o riutilizzare parti del software da implementare in un nuovo progetto, sia per l’utente finale che può contare sulla trasparenza del programma in qualsiasi momento.
Sarebbe importante istruire i ragazzi fin da piccoli all’adozione e alla comprensione dell’open source, sul pensiero che muove tanti sviluppatori, sull’importanza di utilizzare e conoscere quante più soluzioni possibili per poter fare un confronto e scegliere quello ritienuto più opportuno.

Oltre il risparmio

In ambito aziendale è comprensibile che l’adozione di sistemi operativi GNU/Linux sia prevalentemente spinta dal risparmio economico, ma oltra al risparmio, senza una adeguata istruzione il risparmio delle licenze viene investito nel formare il personale all’utilizzo delle macchine nella maniera più produttiva possibile con un sistema operativo che ancora oggi è considerato per “hackeroni”, anche questo ha un impatto economico che se non accompagnato da una motivazione etica pone di sicuro qualche dubbio in più prima dell’eventuale passaggio di un'azienda a Linux.

In conclusione

Quanti di voi adottano Linux per questione etica e quanti per il risparmio economico delle licenze? Credete le cose debbano andare necessariamente di pari passo o che sia sufficiente anche una sola di queste? In questo senso, c’è una differenza fra l’utilizzo casalingo e quello professionale?
A voi la parola nei commenti!