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Il futuro di Linux è sui Desktop Windows?


Questa primavera è piena di sorprese. Facciamo un passo indietro: L’anno scorso venne annunciata l’integrazione di bash di Ubuntu all’interno di Windows 10, quest’anno invece dopo l’annuncio di Canonical relativo a Unity, ecco che Microsoft annuncia una novità e quest’anno non abbiamo il dubbio del pesce d’aprile.

Entro qualche mese avremo infatti la possibilità di installare Ubuntu, Fedora e SUSE dal Windows Store. Tutte le info del caso le trovate nel post della scorsa settimana..

Perchè?

Perchè non permettere direttamente una installazione in dual boot senza reinstallare Grub?
Esattamente come per l’anno scorso, viene da chiedersi come questa mossa possa cambiare lo scenario, come possa (e se possa) conquistare l’utenza professionale che si trova bene su Linux ( programmatori, amministratori di sistema etc) e se ciò possa in un qualche modo mettere a rischio l’esistenza stessa di Linux su Desktop viste le ultime novità (magari a fronte di una maggiore impegno nell'IoT o lato server).

Diteci la vostra

Cosa ne pensate? Siete preoccupati o pensate che ciò possa solo essere un bene avvicinando tante persone al mondo Linux?

 

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Linux è per vecchi?


Quando sei ragazzino superi le nottate come un cerbiatto! Sei giovane, fissi l’orizzonte dallo spigolo del balcone e fiero prendi a morsi la vita!
Quando sei meno ragazzino superi le nottate come un koala, attaccato al cuscino come lui alla pianta.

Quando hai 16 anni hai tanta voglia di sperimentare, probabilmente anche la voglia di provare le cose che sai già non andranno solo per il gusto di farle andare.
Negli ultimi mesi, opinione personale, ho visto un certo calo di movimento attorno al mondo Linux, un torpore dal quale ci si è risvegliati solo grazie alla notizia dell’abbandono di Canonical di Unity e confermato anche da voi lettori di Marco’s Box grazie ai tanti commenti che avete lasciato nei vari articoli.

Così, ho pensato: Linux è per vecchi? O avvicinandosi alla 30ina si tende a perdere la voglia di sperimentare col sistema operativo per concentrarsi sul proprio lavoro e sulle novità ad esso collegate?

Quando inizi a valutare il tempo che richiederà l’ottimizzazione del sistema operativo, la compatibilità del tuo hardware, a risolvere qualche incompatibilità che si crea con aggiornamenti, quando non testi più qualche soluzione esotica e magari preferisci qualcosa di già pronto out of the box che lasci la possibilità di dedicarti unicamente al lavoro, all’usare il sistema operativo più che a smontarlo e rimontarlo, ecco, in quel momento sei probabilmente arrivato alla “maturità” informatica.
Linux è ancora una scelta valida o altri sistemi operativi offrono più certezze in questo senso, che possono convincere un utente meno giovane e propenso a sperimentare?

La vostra opinione.

Pensate che Linux significhi principalmente “smanettare”, avere una mente giovane e sempre aperta a testare la novità? Oppure grazie a tanti progetti a lungo supporto resta una scelta solida e valida?

 

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Perchè Android si e Linux no?


Ho provato diverse volte nel corso della mia esperienza nel settore IT a far adottare Linux, specialmente fra gli amici che abbiano manifestato problemi con Windows o semplicemente la curiosità di provare qualcosa di diverso.

La User Interface è sicuramente fondamentale nella scelta di un programma a maggior ragione se quel programma è un intero sistema operativo, ma ho notato poca coerenza nel ragionamento quando al posto di Linux prendiamo in esame Android.

Per quanto mi sforzassi di spiegare i vantaggi (nel caso specifico) della scelta di Linux, alcuni considerano un punto negativo la grafica e l’esperienza proposta dal DE, sia esso Unity, Gnome o KDE.

Qualche anno fa

Qualche anno fa, complici anche i problemi con i driver, non c’era la cura per l'aspetto estetico che c’è ora. Gnome 2 è sicuramente un progetto caro a tanto utenti ma a livello estetico di sicuro non rappresenta più un’ interfaccia modernissima, cosa che con l’avvento di Gnome 3 possiamo invece affermare.

Pigrizia...tanta pigrizia

Vuoi che per lavoro la pigrizia è un male da estirpare ai primi gemiti, reputo questo atteggiamento frutto della chiusura mentale delle persone davanti al diverso.
Per quale motivo infatti una persona, qualsiasi sia il suo background informatico, adotta Android senza batter ciglio magari cambiando produttore, ma se parla di cambiare sistema operativo storce il naso?
Badate bene che non sto facendo un paragone fra Linux (desktop) e Android, ma sto criticando l’atteggiamento di chi non utilizza Linux (ma possiamo fare lo stesso ragionamento rivolgendoci a macOs) per un’esperienza proposta che non soddisfa appieno le richieste quando cambiando smartphone spesso e volentieri si fa un cambiamento anche più importante nell’utilizzo con interfacce che spesso e volentieri cambiano e non di poco, senza dimenticare un Play Store che è ricco di launcher alternativi con tanto successo.

Gimp non è Photoshop

Critico questo atteggiamento essenzialmente per un motivo:

Non puoi usare un programma pretendendo che faccia le stesse identiche cose di un altro, con la stessa procedura, con la stessa grafica.

Insomma: Linux non è Windows, Gimp non è Photoshop.

Le vostre esperienze

E voi, avete proposto Linux a qualche vostro conoscente scontrandovi col problema della “grafica” o con simili considerazioni?

 

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Ubuntu, Gnome e il futuro...


La notizia ha sicuramente mosso le acque del mondo GNU/Linux e Open in generale. Canonical annuncia la fine dei lavori su Unity e il ritorno all’adozione di GNOME come DE preDEfinito (scusate….non ho resistito) a partire dalla prossima LTS di Aprile 2018. Ho preferito aspettare qualche giorno prima di farmi un’idea e vedere come avrebbe reagito la comunità dietro Ubuntu (rimanendo piacevolmente sorpreso dalla mole di reazioni su Google Plus).

Il ritorno a GNOME pone l’utenza affezionata alla distribuzione davanti al bivio: Restare o cambiare?

Restare…

Il futuro della distribuzione è questa: Tornare a Gnome come DE predefinito dalla 18.04 con probabilmente la fine della derivata ufficiale "Ubuntu Gnome". Adottandolo come predefinito rappresenterà la distribuzione, quindi cura massima, magari qualche feature caratteristica della distribuzione (anche se Software Center è già quello di Gnome 3) anche se non esiste più un software per il cloud proprio della distribuzione (Ubuntu One).

Cambiare…

Le alternative non mancano e mentre già esiste il fork per mantenere e sviluppare Unity 8, tantissimi pensano di passare ad altro: Negli ultimi tempi si sono fatti largo nuovi DE come ad esempio Budgie, che tanto bene fa parlare di se, Cinnamon che è stabile su Mint da diversi anni, ma anche lo storico KDE riscuote consensi.
Ma conviene installare un nuovo DE su Ubuntu o cambiare distribuzione?
GNOME ad esempio è adottato storicamente da Fedora, KDE Neon e OpenSuse rappresentano invece le distribuzioni di riferimento per gli amanti delle librerie grafiche Qt, Cinnamon come già detto in precedenza è il DE di Mint. La domanda quindi è lecita: “Perché restare su Ubuntu?”

A voi la parola!

Voi cosa avete intenzione di fare, resterete su Ubuntu aspettando di vedere come si evolverà la situazione o cambierete distribuzione? State meditando l’abbandono in favore di Windows?

 

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Con la morte di Unity muore anche il sogno di Linux sul desktop?


Con la morte di Unity muore anche il sogno di Linux sul desktop? Ora vi spiegherò perché, a mio avviso, tale affermazione è potenzialmente vera.

Gli esordi
Unity nasce in casa Canonical inizialmente come interfaccia grafica destinata all'utilizzo sui notebook dove l'ottimizzazione degli spazi era una cosa fondamentale. Col tempo è stata estesa alla versione desktop diventando un tratto distintivo di Ubuntu, rendendo la distro subito riconoscibile, sia all'interno della comunità Linux, sia all'esterno.
Quante volte vi sarà capitato di riconoscere Unity/Ubuntu in programmi TV, film, telefilm ma anche sui computer di enti ricerca, università, scuole di ogni ordine e grado e talvolta anche sui PC di pubbliche amministrazioni e di attività commerciali.

Per noi fan del software libero e open source è sempre stata una gioia scorgere il look familiare di Unity nella vita di tutti i giorni e questo ci riempiva di speranza, che un altro modo di vedere l'informatica era possibile.

Le critiche
Unity/Ubuntu sono stati però fin da subito amati e odiati all'interno della comunità.

Vari sono i motivi dell'odio verso Unity/Ubuntu. Alcune volte Unity/Ubuntu è stata messa sotto accusa per il fatto di non contribuire in maniera decisiva alla comunità, non sviluppando software ma limitandosi semplicemente a pescare software qua e la o patchando quello che c'era per renderlo compatibile con Unity. Altre volte per via di vicende legate al tentativo di monetizzare il desktop con l'inclusione della ricerca su Amazon direttamente dalla dash di Ubuntu, un "patto col diavolo" che ha fatto storcere il naso anche a icone come Richard Stallman.

Le distanze con la comunità si sono poi ulteriormente allungate con la decisione di Canonical di buttarsi nel segmento del mobile con lo sviluppo di Unity 8 e di Mir. In particolare il server grafico Mir, legato a doppio taglio con Unity 8 e la convergenza lato mobile, è stato visto come un inutile spreco di tempo e risorse dall'altra parte della comunità Linux che si stava invece dedicando allo sviluppo di Wayland.
Da un lato bisogna anche capire Canonical, che aveva la necessità di poter controllare il codice per poterlo integrare al meglio in un prodotto commerciale come doveva essere Ubuntu per Smartphone e non poteva aspettare i tempi della comunità.
A questo si è aggiunto lo sviluppo di Snap che è entrato subito in contrapposizione con flatpak, supportato invece da GNOME Foundation e da Red Hat.

A chi ha fatto male?
Tutto questo però si è rilevato controproducente lato "simpatia" da parte della comunità, con continui scontri fra fanboy dei due schieramenti e dispersione di forze. Perché si, alla fine il dover reinventare la ruota due volte non ha fatto altro che nuocere a tutti, sviluppatori, utenti e all'ecosistema generale di Linux.
Alla luce degli attuali avvenimenti chi ci ha rimesso di più da questa battaglia è stato Ubuntu con un Unity 8 perennemente in sviluppo e il cui rilascio è stato continuamente rimandato di release in release.
Canonical non c'è l'ha fatta con le sue sole forze a sviluppare tutto in casa e ora ha dovuto gettare la spugna.
Questo ha fatto si di sprecare anni di sviluppo e di conseguenza il tutto si è ritorto contro di noi utilizzatori finali.

Il presente e il futuro
La mazzata finale è però stata data da Canonical che ha deciso di smettere di sviluppare Unity 8, la convergenza e di mettere a riposo Unity 7, annunciando al contempo la volontà di adottare GNOME Shell come DE predefinito di Ubuntu 18.04 LTS, la prossima release con supporto esteso di Canonical, rendendo di fatto Ubuntu una distribuzione come tante, senza unicità.
A mio avviso questo renderà meno appetibile Ubuntu fra gli utenti domestici, dovendo questi ultimi ritrovarsi ad usare una distro basata su un DE poco appetibile, nella sua versione pura, all'uso sui sistemi desktop.
Diciamoci la verità, Unity, per quanto odiato, è una interfaccia grafica facile da utilizzare anche dall'utente alle prime armi che approda su Linux dopo anni di militanza su Windows e consentiva fin da subito di avere un ottimo flusso di lavoro.
GNOME Shell risulta tutt'ora una interfaccia osteggiata da molti, che pur di non usarla si rivolgono a soluzioni alternative come MATE, KDE o Xfce.
Verranno anche a mancare, salvo ripristino tramite future estensioni, alcune funzionalità comode e innovative di Unity come l'HUD o la ricerca tramite lens che consentiva di interagire non solo con il nostro desktop ma anche con siti di terze parti senza dover aprire il browser.

La morte del desktop Linux?
Con la morte di Unity muore secondo me anche Ubuntu come distro desktop, perché diventerà una delle tante distribuzioni senza personalità all'interno del panorama delle distribuzioni Linux.
Perderà quell'unicità guadagnata dopo tanti anni di sviluppo, perderà quell'hype che accompagnava ogni rilascio di Ubuntu e che, nel bene o nel male, faceva parlare della distro e gli faceva guadagnare visibilità.
Perderà anche tutti quegli utenti che nel corso degli anni hanno continuato ad usare Ubuntu proprio in virtù di Ubuntu/Unity, della sua semplicità, delle sue funzionalità. Utenti storici che non sono mai riusciti ad apprezzare GNOME Shell e che, se proprio costretti ad usare altri ambienti desktop, hanno preferito in passato migrare a MATE o Cinnamon.
Il calo degli utenti storici di Ubuntu farà perdere anche appetibilità alla distro e i nuovi utenti difficilmente si troveranno a scegliere Ubuntu/GNOME Shell come distro per iniziare.

Dove hanno sbagliato?
Concludo dicendo la mia sullo sviluppo di Unity 8, su dove Canonical ha sbagliato. A mio modesto avviso Canonical ha sbagliato a tentare di monetizzare entrando nel mondo mobile, un mondo dominato dal duopolio di Google e Apple, un mondo dove nemmeno potenze del calibro di Microsoft e Samsung con il suo Tizen sono riusciti ad entrare.
Canonical avrebbe dovuto continuare ad investire solo sul settore desktop e investire su un desktop completo basato su di un Unity 8 e le Qt sviluppando in casa le applicazioni base come file manager, visualizzatore di immagini, player audio video etc, la stessa cosa che comunità più piccole e con molti meno fondi sono riuscite a fare in poco tempo (vedasi eOS e Linux Mint ad esempio).
Così facendo avrebbe evitato anche di inimicarsi la comunità che da sempre l'ha accusata di non contribuire e di sfruttare il lavoro degli altri.

 

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Open source, una questione culturale.


Nello scorso articolo ho parlato di maturità di Ubuntu per un utilizzo professionale, mentre nell’articolo della settimana scorsa ho parlato di quella che chiamo “corsa agli aggiornamenti”.

Facendo un piccolo riassunto della situazione, tante persone lo ritengono maturo per un uso professionale, altre lo ritengono superiore in tutto a meno del noto gap lato gaming ( a proposito, ma dopo Steam OS etc, a che punto siamo? ), altre invece ritengono migliore qualche altra soluzione. Lato aggiornamenti poi non spaventa la frammentazione a fronte di una maggiore sicurezza e di nuove feature nei programmi.
In tutto questo però viene da chiedermi se chi adotta Linux e l’open source lo faccia perché ne condivida lo spirito e l’etica o se lo faccia solo perché ad esempio per quanto riguarda Ubuntu, è gratuito.

Open source non è sinonimo di gratuito!

Che ad oggi ancora si pensi che un programma open sia (per forza) gratuito però è abbastanza sintomatico di una carenza culturale informatica. La libertà di poter accedere e modificare i sorgenti di un programma e riutilizzarli anche in ambito commerciale è importante tanto quanto il vedere il proprio lavoro apprezzato e regolarmente pagato.
Chi lavorando tante ore su un qualcosa proverebbe piacere se gli fosse preteso di regalare il risultato senza batter ciglio?

Mancanza di cultura?

La libertà di poter accedere al codice sorgente, di poter vedere come è stato sviluppato e che cosa fa è importante sia dal punto di vista professionale per effettuare modifiche o riutilizzare parti del software da implementare in un nuovo progetto, sia per l’utente finale che può contare sulla trasparenza del programma in qualsiasi momento.
Sarebbe importante istruire i ragazzi fin da piccoli all’adozione e alla comprensione dell’open source, sul pensiero che muove tanti sviluppatori, sull’importanza di utilizzare e conoscere quante più soluzioni possibili per poter fare un confronto e scegliere quello ritienuto più opportuno.

Oltre il risparmio

In ambito aziendale è comprensibile che l’adozione di sistemi operativi GNU/Linux sia prevalentemente spinta dal risparmio economico, ma oltra al risparmio, senza una adeguata istruzione il risparmio delle licenze viene investito nel formare il personale all’utilizzo delle macchine nella maniera più produttiva possibile con un sistema operativo che ancora oggi è considerato per “hackeroni”, anche questo ha un impatto economico che se non accompagnato da una motivazione etica pone di sicuro qualche dubbio in più prima dell’eventuale passaggio di un'azienda a Linux.

In conclusione

Quanti di voi adottano Linux per questione etica e quanti per il risparmio economico delle licenze? Credete le cose debbano andare necessariamente di pari passo o che sia sufficiente anche una sola di queste? In questo senso, c’è una differenza fra l’utilizzo casalingo e quello professionale?
A voi la parola nei commenti!

 

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La corsa agli aggiornamenti


Lo scorso articolo vi ho parlato di una corsa all’ultima versione, ricordate? (In caso contrario vi consiglio di prendervi 5 minuti nel tempo libero e di leggerlo.)


E’ notizia della scorsa settimana del rilascio (chiaramente in pre mega iper ultra beta) della versione di Android O come comunque chiaramente previsto (personalmente mi aspettavo qualche informazione al I/O del prossimo Maggio, sono stati più veloci!).
Mi sono chiaramente informato sulle novità (per lavoro e curiosità nerd), ma ovunque leggessi mi è capitato di leggere tante persone chiedersi:

“C’era la necessità di passare già ad una nuova versione alla luce della limitata adozione di Nougat attuale?”

Sempre la scorsa settimana poi, in ambito Gnu/Linux e Open Source è stato annunciato Gnome 3.24 (tra le altre cose tantissime novità), l’ultima versione del Desktop Environment di casa Gnome, progetto sul quale si basano tantissimi altri nel panorama Open.

Ho quindi fatto una riflessione, del tutto personale, considerando tutto e mi/vi chiedo:

“Stiamo davvero correndo troppo?”

Confusione

Parliamoci chiaro, non si è più in grado di proporre una guida univoca, non ci si può più riferire ad un percorso o ad una funzione perché anche una virgola diversa e salta tutto!
La nascita di progetti derivati si trovano davanti al dubbio se continuare a seguire il progetto di riferimento oppure prendere una strada diversa. All’interno di Ubuntu ad esempio capita di trovare pacchetti di Gnome ad una versione differente rispetto all’ultima disponibile al momento del rilascio, uno dei motivi per i quali tante volte in passato ci si è chiesto se non fosse eccessivo un rilascio semestrale a tutti i costi (discorso diverso per le rolling release, come ArchLinux).
In ambito mobile poi,questi rilasci continui non fanno altro che creare una corsa anche al rilascio da parte dei produttori (o peggio ancora, l’abbandono del device) di aggiornamenti che possono causare involontariamente bug (come un consumo anomalo della batteria o un certa funzionalità che lavora diversamente dopo l’aggiornamento come ad esempio Il suono assente in Firefox nelle distribuzioni che non usano PulseAudio).

Frammentazione, chi ha parlato di frammentazione?

E quindi..? Tanti dispositivi con tante versioni dello stesso sistema operativo non fanno altro che mettere uno sviluppatore in difficoltà. Sia in fase di sviluppo che in fase di debug perchè magari un nostro programma o una nostra app funziona con una certa gamma di dispositivi, mentre su altri ha comportamenti imprevisti. Tantissimi fork di fork che aggiungono poco o nulla (tantissimi altri invece sono davvero fantastici) ma la cui esistenza è possibile proprio grazie alla libertà garantita dall’open source stesso, fa parte del gioco insomma.

Tanti aggiornamenti,ma anche tanta sicurezza..

Non potevo considerare questa corsa all’ultima versione solo come una cosa negativa, infatti lato sicurezza aggiornamenti costanti sono sempre positivi: La scorsa settimana Google ha pubblicato il report relativo alla sicurezza in Android per il 2016 che mostra i passi fatti avanti in ambito sicurezza, qui il video ufficiale sul canale Youtube.


Infatti, specie per quanto riguarda Android ma vale in generale ovviamente, avere aggiornamenti rapidi, costanti, veloci garantisce anche un livello di sicurezza maggiore in quanto tutti i bug noti e meno noti possono essere chiusi.

E ora la vostra opinione.

Quindi come la pensate voi? Meglio essere sempre proiettati in avanti, anche col rischio di avere qualche problemino di gioventù/incompatibilità di qualche software in nome della sicurezza e dell'innovazione, oppure pensate che la libertà di poter fare mille fork o rilasciare versioni su versioni in tempi rapidi non faccia altro che aumentare la frammentazione?

 

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Ubuntu è maturo per un uso professionale?


Sono passati diversi anni da quando ci si chiedeva se Ubuntu potesse essere un OS valido in ambito lavorativo (e diversi anni dal mio ultimo post quasi :P).

Io sono un programmatore, quindi il mio punto di vista è limitato all’utilizzo che faccio delle mie macchine, queste riflessioni dunque non sono necessariamente valide per i gamers, per chi lavora nell’ambito della grafica e del montaggio video.
Se sei un programmatore, Ubuntu è una bella scelta per tutti i vantaggi che porta con sé, da tutte le utility nel terminale ad un ambiente plasmabile al proprio workflow, passando per una serie di software belli e completi come LibreOffice, GIMP, Inkscape giusto per citarne tre disponibili anche su altri OS.

Uno dei problemi principali possono essere le prestazioni. Anni fa, ricordo, Linux era la scelta migliore anche per il supporto ad hardware non recentissimo, oggi le cose sembrano cambiate e se è vero che non si può pretendere che hardware datato possa essere supportato per lustri è anche vero che ultimamente tanti programmi (in tutti gli OS) stanno facendo una corsa all’uso della RAM e della CPU a scapito dell’ottimizzazione alquanto inspiegabile.

Ritengo che 4GB di RAM e un dual core sono insufficienti quasi per qualsiasi tipo di utilizzo professionale multitasking a prescindere dal DE (non sto considerando i wm) proprio perchè come dicevo in precedenza sono i programmi ad essere ottimizzati per sfruttare la potenza della macchina, o almeno, provate a fare la build di un’app HelloWord e poi ne riparliamo su una macchina di quel tipo e poi ne riparliamo...!

Sono lontani i tempi del buon vecchio Gnome 2, di Synaptic al posto del Software Center (anche se concettualmente distanti).

La questione driver è migliorata rispetto ad anni fa,come sono sicuramente migliorate le User Experience proposte dai maggiori DE, ma lato autonomia ancora oggi c’è diverso lavoro di ottimizzazione da fare e non solo su Ubuntu, e speriamo sempre che qualche aggiornamento del kernel risolva o in parte porti ad una sostanziale parità di autonomia rispetto ad altri sistemi operativi..

Personalmente credo che Ubuntu sia maturo per un uso professionale la dove la programmazione sia l’attività principale, in altri c’è ancora qualcosa da fare a partire dall'ottimizzazione dei driver (e se non si vuole a tutti costi utilizzare quelli open proposti almeno quelli closed dovrebbero essere ottimizzati dai produttori).
Sicuramente avere una macchina fissa assemblata elimina moltissimi degli aspetti “negativi” per un programmatore, aspetti come driver e ottimizzazione energetica vengono a mancare con un minimo di selezione di hardware sicuramente compatibile.

In conclusione: Probabilmente per programmare è oggi la miglior soluzione anche se proposte come quelle di Microsoft con Windows 10 e l’integrazione della shell di Ubuntu dello scorso anno è sicuramente interessante da provare e valutare.

Voi cosa ne pensate? In che ambito professionale utilizzate Ubuntu (o una qualsiasi altra distribuzione)?

Non la pensate come me? Fatemi sapere qual’è la vostra opinione!

 

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Diffusione di GNU/Linux: cosa è cambiato in 5 anni?


Nel lontano 2011 scrissi un articolo dal titolo Diffusione di GNU/Linux: di chi è la colpa? dove analizzavo le cause della mancata diffusione dei sistemi operativi GNU/Linux in ambito desktop.
Sono passati ormai cinque anni da quel post e le cose non sono ahimè cambiate e i principali problemi continuano a restare.

Ma andiamo a rianalizzare i problemi che segnalavo nel vecchio articolo.

L'hardware & driver

Il riconoscimento dell'hardware è ancora nel limbo. Se avete un prodotto recente non sarà pienamente supportato, se avete uno troppo vecchio potreste trovarvi nella stessa situazione. 
Continuano poi i problemi con i driver video che spesso non sono all'altezza della controparte Windows e ci si trova a doversi accontentare delle prestazioni non al top. Questo si vede maggiormente nei giochi ma ci sono anche problemi di compatibilità per quanto riguarda la gestione dei windows manager dei principali desktop environment: alzi la mano chi non ha mai avuto problemi di tearing video, sia nella riproduzione di filmati che nel muovere semplicemente una finestra di una qualche applicazioni. I fix per questi problemi ci sono, io ne ho catalogati alcuni per le schede nVidia, ma c'è sempre da dover smanettare. Ci sono poi casi più sfigati come il mio, che mi ritrovo con una scheda video nvidia che ha problemi con GNOME e derivati, problemi che a meno di workaround drastici, mi impediscono di usare i suddetti desktop.

Cambierà mai tutto questo? Difficile dirlo perché dipende sempre dalla volontà dei produttori e dal futuro dei successori di Xorg: si, successori, perché abbiamo sia Mir (portato avanti da Canonical) che Wayland (portato avanti dal resto del mondo). Chi la spunterà? Chi vincerà l'armatura d'oro? Chi ci libererà dai problemi con le schede video?
Chi vivrà... vivrà...


Le killer application

Dal 2011 ad oggi sono arrivati i software professionali? Ni. Dico ni perché l'unica cosa che si è mossa è lato CAD 2D che, grazie all'arrivo di DraftSight (disponibile anche in versione gratuita con alcune limitazioni tipo l'impossibilità di lavorare direttamente con i PDF importati) e BricsCAD (a pagamento ma con costi umanamente sostenibili). 
Il resto dei software ancora latita e, in caso di stringente necessità nell'uso di un software specifico, ci si deve accontentare di usare Wine e sperare di non avere problemi nell'emulazione (e lo sappiamo che shit happens).
Lato killer application possiamo includere i giochi ma Steam, a quanto pare, non riesce ancora a decollare su piattaforma Linux, vuoi per la mancanza di titoli tripla A che per i soliti problemi di prestazioni dei driver video. 

I grandi utenti e la Pubblica Amministrazione

Qui ci sono alti e bassi. Da un lato abbiamo importanti progetti di migrazione sia a livello globale che italiano con LibreItalia sta portando avanti il progetto di migrazione del Ministero della Difesa o la dichiarazione di intenti del Comune di Roma, dall'altro stiamo assistendo ad alcune inversioni di tendenza come quella della Regione Emilia Romagna che è passata ai servizi cloud di Microsoft oppure i passi indietro da alcuni paventati (ma è da verificare) che si stanno avendo nel Comune di Monaco di Baviera (fra i pionieri delle migrazioni nelle pubbliche amministrazioni) alle decisioni di stati come il Brasile che stanno abbandonando la strada intrapresa nelle amministrazioni precedenti. Speriamo soltanto che il piano di migrazione a LibreOffice della Difesa Italiana prosegua senza intoppi dopo la recente decisione di migrare il parco computer della Difesa a Windows 10. Per avere una panoramica di quello che si sta facendo vi invito a cercare sul blog il tag Pubblica Amministrazione.

La piccola utenza

Qui, da quanto vedo in lungo e in largo, si è avuta una flessione nell'adozione di Linux nella piccola utenza. Il motivo principale? Windows 10. Tocca ammetterlo, a parte i problemi legati agli aggiornamenti forzosi e alle accuse legate alla lesa maestà della privacy degli utenti quelli di Microsoft hanno fatto un buon lavoro con Windows 10 e su alcune macchine datate (ho sperimentato in prima persona su diversi PC) Windows 10 gira meglio dei desktop environment più famosi.
Resta poi l'assenza in commercio di computer equipaggiati con sistemi Linux e quindi la piccola utenza si trova, anche nel nuovo, ad abbracciare il sistema operativo di casa Microsoft.


La logica del castello e la frammentazione

Nel vecchio articolo avevo coniato la teoria della logica del castello. In cosa consiste? Be, nella continua presa di posizione da parte di alcuni utenti e programmatori che portano avanti la loro visione a discapito del bene comune, del realizzare qualcosa che va bene per tutti. 
E indovinate un po'? C'è ancora questo atteggiamento. Assistiamo ancora alle solite discussioni su quale sia il desktop migliore, su quale sia il file manager migliore e abbiamo moltiplicato le soluzioni ai problemi. Prendete Xorg dove abbiamo visto la nascita di Mir e Wayland. Stessa considerazione la possiamo fare per quanto riguarda la gestione pacchetti: da un lato abbiamo Canonical con il suo Snap, dall'altro abbiamo il resto del mondo con FlatPak. Come potete ben capire siamo sempre alle solite, anziché portare avanti un progetto con contributi di tutti preferiamo farne due. E chi ci perde in tutto questo? Tutti, sia noi utenti, che chi scrive software e vuole fare il porting del proprio software per Linux.

I Big del mondo GNU/Linux

Negli anni trascorsi Red Hat, Canonical, e Novell si sono buttati su mercati per loro più redditizi come il Cloud e OpenStack. Il desktop? Non pervenuto.
Solo qualche portatile Dell con Ubuntu (l'XPS 13 Developer Edition) che però ha prezzi alti in linea con la categoria degli ultrabook e mercato di nicchia.
Canonical sta anche provando a entrare nel mercato della telefonia mobile con il suo Ubuntu Phone OS ma senza riuscire ad avere risultati, anche perché il mercato mobile è ormai dominato da iOS e Android e non c'è spazio per altri, specie se non si hanno le killer application che la gente vuole sul proprio smartphone senza sentirsi emarginato dal resto del mondo.

E tu che già usi GNU/Linux?

Noi continuiamo, anche se meno numerosi di prima, a portare avanti i principi del software libero e di quello open source ma non possiamo fare poi molto, forse l'unica cosa che possiamo fare è quella di smettere di usare termini come "alternativa a" quando parliamo di software libero e open source ma definiamoli per quel che sono ovvero semplicemente software. Poi lasciamo all'utente la decisione in merito, se sono o meno software validi e utili al loro scopo.